La Storia

Acquafondata è un piccolo borgo di circa 300 abitanti. Si trova nella parte orientale della provincia di Frosinone, proprio al confine regionale con il Molise. Membro della Comunità Montana Valle di Comino, Acquafondata è circondato dai Monti delle due Monne e dalla Selva e sorge ad un’altitudine di oltre 946 metri s.l.m.. L’abbondanza di pascoli d’altura ha favorito nei secoli l’allevamento, e oggi richiama un buon numero di turisti che si perdono nei molteplici itinerari naturalistici della zona.

 

CENNI STORICI

 

 

Acquafondata II guerra mondiale

Il toponimo Acquafondata deriva dall’espressione Aqua fundata che indica “acqua che precipita verso il basso”.

TERRITORIO CIRCOSTANTE PRIMA DELL’ISEDIAMENTO URBANO:

Nell’anno 571 una schiera di Longobardi dal Nord Italia si spinse nel meridione. Tolta ai Bizantini la città di Benevento ed il territorio circostante, istituirono il “Ducato di Benevento”, da dove si estesero conquistando il sud fino a Brindisi e a Taranto. Sotto il duca Gisulfo (684/706) i Longobardi conquistarono gli Abruzzi ed il Lazio meridionale fino a Sora. L’intervento del Papa Giovanni VII costrinse il Duca a fissare il confine tra i territori pontifici e gli Stati dell’Italia del Sud. Le gastaldie longobarde del Ducato di Benevento assursero a grande potenza, divenendo indipendenti e trasformandosi in contee: Capua, Aquino, Venafro. Con la caduta di Pavia, nel 744, del Regno Longobardo, occupato da Carlo Magno, re dei Franchi, lo stesso Ducato di Benvento fu dilaniato da grandi e gravi lotte interne, separandosi nei principati di Benevento e di Salerno, poi anche di Capua. La gastaldia longobarda di Venafro si trasformò in contea, che comprendeva anche l’attuale territorio di Acquafondata, ed, i signori si intitolarono “Signori di Venafro”, di “Isernia e di “Boiano”. Nel 1100 il conte Rodulfo fondò il paese di Molise ed assunse il titolo di “Conte di Molise”, da cui il nome della Regione. La formazione del complesso e grande feudo di Montecassino, con giurisdizione feudale dell’abate  Mitrato, fu frutto di donazione di Sovrani come i Sacri Romani Imperatori, Principi e Duchi. Nel 744, Gisulfo II, duca longobardo di Benvento fece la solenne donazione al monastero dando inizio alla signoria monastica della terra intorno all’Abbazia. Tale donazione fu confermata da scritti imperiali, regi, ducali, fra cui quella del 25/4/928 del principe longobardo Atenolfo II che ne fissava i confini, ricordando Acquafondata: “inde vadit Aquafundatam…”  Da questo “placitum” il feudo abbaziale fu denominato fino al 1500 “Terra di Sancti Benedicti” poi fino al 1700 fu chiamato “Stato dellla Città di S. Germano”.

Il paese fu fondato nell’alto Medioevo e, come riporta una pergamena del  1032, apparteneva ai Conti di Venafro, i quali in seguito lo donarono all’ Abbazia di Monteccassino.

I paesi di Acquafondata, Casalcassinese e Viticuso comparvero dopo l’anno Mille quando già era in atto la forte rinascita del cenobio cassinese che rivendicava il possesso della zona. Probabilmente un primo insediamento venne creato nel 1003 sul monte Sant’Antonino, con la costruzione di una chiesa e di una casa

MONACI BENEDETTINI E PRIMO NUCLEO ABITATIVO:

L’opera dei monaci Benedettini inizia con l’atto di donazione del Castello da parte del conte Ugo Morino all’abate Oderisio I (1089). Il piano di disboscamento, messa a coltura e popolamento della zona voluto dai monaci Benedettini, favorito dal tranquillo periodo storico che l’Italia meridionale godeva in quel periodo grazie alla politica del conte Roberto il “Guiscardo” e del principe Riccardo di Capua, donò al Centro un lungo periodo di tranquillità.

Intorno al 1017, il conte di Venafro edificò i tre castelli dei villaggi, contrastato dai monaci che tra il 1088 e il 1089 finirono per acquisirne la piena signoria. Montecassino incrementò il popolamento dell’area per mezzo di coloni provenienti dalla Marsica, dall’Abruzzo e dal Molise, e si giunse così alla costituzione dei comuni rurali. Tutto il territorio di Acquafondata era demanio dell’abbazia cassinese e i terreni venivano concessi con un contratto livellare per ventinove anni in cambio di un canone, di donativi e servizi.

INCURSIONI DEL CONTE D’AQUINO E PRIMO NUCLEO URBANO:

Con il 1107, a causa delle incursioni armate  del Conte di Aquino, gli abitanti del Centro, su ordine dell’abate Ottone, abbandonarono le case sparse per le campagne e si riunirono nel Castello. Nacque il primo nucleo urbano della Comunità di Acquafondata.

TERREMOTO DEL 1231:

La popolazione, salvata dalle incursioni armate del Conte di Aquino grazie all’opera coercitoria dell’Abbate, fu distrutta dal tremendo terremoto del 1231, proprio perchè chiusa tra le mura del Castello nel nucleo urbano, che  rase completamente al suolo tutto il nucleo abitativo.

RIPRESA ECONOMICA E DISCIPLINA FISCALE:

Nella seconda metà del XIII sec., grazie all’Abate Bernardo I Aygliero, il Centro tornò a rifiorire, nonostante l’applicazione delle procedure impositive dell’Inquisizione, volute dall’Abate (nona, decima, quindicesima…) divenendo una fortezza importante da un punto di vista strategico ed economico.

LOTTE TRA AGIOINI E ARAGONESI PERIL POSSESSO DEL REGNO DI NAPOLI (1386/1420):

Nel corso delle lunghe guerre tra Angioini ed Angioini Durazzo e tra Angioini e Aragonesi con famosi capitani di ventura come Braccio da Montone e condottieri come Muzio Attendolo Sforza ed i reparti armati di Giovanna II d’Angiò per il possesso del Regno di Napoli, Acquafondata e Viticuso con alterne vicende rappresentarono i capisaldi delle lotte.

TERRA DI SAN BENEDETTO:

Segue un periodo di relativa tranquillità, nonostante un nuovo sisma, la peste del 1657 e successivamente il colera in cui la comunità di Acquafondata, come “Terra di San Benedetto” riesce a prosperare e rifiorire.

Nei periodi della Rivoluzione francese e Napoleonico subì vari saccheggi e devastazioni. Anni di durissimo lavoro che videro il borgo progredire molto lentamente: nel Settecento il paese contava poco più di 400 abitanti compresa Casalcassinese. La situazione della zona venne poi complicandosi quando la rivoluzione francese e il periodo napoleonico aggiunsero violenza a violenza e miseria a miseria.

Né si ebbero condizioni di vita migliori con la restaurazione borbonica prima e con l’unità d’italia poi. Il territorio era infestato dai briganti e le connivenze erano talmente complesse che la stessa guardia nazionale di Acquafondata fu accusata di collaborazione con i briganti e venne sciolta.

PROVINCIA DI TERRA DEL LAVORO:

La terra di San Benedetto viene incorporata nella Provincia di Terra del Lavoro (CE), istituita da Giuseppe Napoleone, re di Napoli, con legge n. 132 del 8.8.1806  per volere di Gioacchino Murat..

ACQUAFONDATA SEMPLICE FRAZIONE:

Per Regio Decreto di G. Murat, succeduto al trono di Napoli a Giuseppe Bonaparte, divenuto re di Spagna, la comunità di Acquafondata diventa parte del nuovo Comune di Viticuso-Acquafondata-Casalcassinese, perdendo la propria autonomia e tale resterà anche dopo la restaurazione dei Borboni nel 1814 fino all’annessione nel Regno di Napoli.

Un solo Comune, appartenente alla Campania, unisce Acquafondata, Viticuso e Casalcassinese con sede municipale prima nell’uno, poi nell’altro centro per il parere del Consiglio Provinciale di Caserta

ACQUAFONDATA ED IL REGNO D’ITALIA (1860):

Quando la piazzaforte di Gaeta cadde (13.2.1861) ed il re delle due Sicilie Francesco II si rifugiò a Roma nella zona tra Gaeta e le Mainarde si diffuse il brigantaggio. Erano disertori, fuggiaschi dell’esercito napoletano e fuoriusciti. Si sparsero per le campagne. Intorno a loro nacquero leggende di ferocia, coraggio ed audacia. Ed ecco le bande di Chiavone a Sora, di Calamattei a S. Elia, di Cristoforo Valente a Cervaro, del cap. Domenico Fuoco ad Acquafondata, Viticuso Cardito e Picinisco, di Francesco Di Meo di Casalcassinese. Insieme a loro le loro donne, le “Brigantesse per amore”. Donne con vita di stenti e sofferenza.

Dopo il 1860, con l’Unità d’Italia, nel suo territorio fu luogo di eventi legati al brigantaggio (da ricordare il brigante Domenico Fuoco).

 

ACQUAFONDATA NELLA SECONDA GUERRA MONDIALE:

Acquafondata II guerra mondiale

Segue le vicende di tanti paesi della Ciociaria. Per la sua collocazione geografica tra il Lazio e Molise, si ritrovò lungo la Linea Gustav. Il suo territorio divenne teatro di violenti combattimenti fra gli eserciti tedeschi e Alleati, e nel 1944 il paese venne quasi distrutto. A ricordo delle azioni militari, reduci francesi e polacchi, rispettivamente, hanno innalzato monumenti alla memoria dei loro caduti. La liberazione di Acquafondata avvenne il 12 gennaio 1944 ad opera delle truppe francesi che sfondarono dal lato di Venafro.

Storia dei “Quattro eroi di Acquafondata”: di loro  si ricorda la storia del loro coraggio.

Alla liberazione contribuirono, con informazioni molto preziose, quattro acquafondatari: il tenente d’artiglieria Agostino Papa, Romano Neri, Domenico Neri e Domenico Mancone. Nel 1944, infatti, Acquafondata era occupata dai tedeschi che presidiavano la Linea Gustav sul versante di Cassino e la Linea Reinhard sul versante molisano. I bombardamenti e i cannoneggiamenti, da parte degli Alleati, erano frequenti, soprattutto di notte: gli acquafondatari si ritrovarono a convivere con distruzione e morte. Per porre fine alle devastazioni, i quattro giovani, resisi conto dell’inefficacia delle azioni militari degli Alleati, decisero di far giungere al comando americano-francese le informazioni utili per attacchi mirati. Con un percorso notturno rocambolesco raggiunsero le truppe francesi per indicare ai “liberatori” la via per raggiungere il loro paese e cacciare i tedeschi. Volevano evitare i bombardamenti angloamericani e le razzie, rastrellamenti tedeschi, ignari che la Ciociaria sarebbe stata liberata dalle truppe marocchine. L’unica via per passare il fronte e raggiungere gli Alleati era un tunnel che collegava la parte bassa del paese, lì dove oggi si trova il vivaio della Forestale, a Casalcassinese, che i quattro raggiunsero di notte, affrontando i bombardamenti e le mine, raggiungendo Venafro alle prime luci dell’alba.

Gli Alleati li considerarono inizialmente delle spie, ma in seguito credettero alle informazioni sulla consistenza delle truppe tedesche e l’ubicazione dei capisaldi, che tornarono utilissime al Comando Francese per sferrare l’attacco del 12 gennaio del 1944 che libero Acquafondata dall’occupazione tedesca. Questo atto d’eroismo, in seguito, è valso ai due sopravvissuti, Romano Neri e Domenico Mancone, il riconoscimento della Presidenza della Repubblica che ha conferito loro il titolo di cavaliere .

 

Nel dopoguerra Acquafondata ha conosciuto il fenomeno dell’ emigrazione, sicché le sue case, anno dopo anno, si sono svuotate. Nel periodo estivo si ripopola grazie al ritorno egli emigrati e a quanti la scelgono per trascorrervi un fine settimana o un’intera estate.

 

ACQUAFONDATA: MEDAGLIA DI BRONZO AL MERITO CIVILE

“Piccolo comune montano, occupato dall’esercito tedesco a bloccare l’avanzata alleata, subì rastrellamenti e razzie da parte delle truppe naziste e violenti bombardamenti che provocarono numerose vittime civili e la quasi totale distruzione dell’abitato. Nobile esempio di spirito di sacrificio ed amor patrio. -Acquafondata (FR), 1943-1945

 

Amministrazione

I tre paesi di Acquafondata, Casalcassinese e Viticuso furono unificati amministrativamente nel 1811 e nel 1863. Nel 1902 Viticuso recuperò l’autonomia amministrativa mentre Casalcassinese rimase legato ad Acquafondata che dal 1927 fu incluso nella provincia di Frosinone. Il paese visse una tragica esperienza con la seconda guerra mondiale: rimasto per diversi mesi sulla linea del fronte, venne in gran parte distrutto dalle artiglierie e dalle incursioni aeree. Molte le vittime fra la popolazione civile che dovette subire anche le violenze delle truppe nordafricane dell’esercito francese.

ACQUAFONDATA COMUNE AUTONOMO:

Grazie alla richiesta del distacco dal nuovo Comune da parte di Viticuso,nel 1902 Viticuso recuperò l’autonomia amministrativa mentre Casalcassinese rimase legato ad Acquafondata che dal 1927 fu incluso nella provincia di Frosinone. Acquafondata torna ad essere Comunità autonoma, con legge n.254 del 26.06.1902.

 

MONTELITTORIO: NUOVO TENTATIVO DI UNIFICAZIONE DEI DUE COMUNI:

Nel 1927, con la creazione di un toponimo ex novo -Montellittorio-Acquafondata rischia di perdere di nuovo la sua autonomia.  Il tentativo, comunque, non ebbe alcun seguito. A seguito del riordino delle Circoscrizioni Provinciali, stabilito dal regio decreto N°1 del 2 gennaio 1927, per volontà del governo fascista, quando venne istituita la provincia di Frosinone, Acquafondata passò dalla provincia di Caserta a quella di Frosinone.

 

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DOCUMENTI  STORICI

IL BRIGANTAGGIO POSTUNITARIO

NELLA ZONA DI ACQUAFONDATA

(1860/1870)

La vasta area che comprende la Catena delle Mainarde, i Monti della Meta e le circostanti valli dell’Alto  Volturno, dell’Alto Sangro e l’attuale basso frusinate, fu teatro nel decennio 1860-1870 delle gesta di numerose bande di briganti. Domenico Fuoco (San Pietro Infine)  e Luigi Alonzi (detto O’ Chiavone), la Banda Colamattei,  Domenico Coia da Castelnuovo (detto Centrillo) erano solo alcuni nomi dei più famosi capobanda.

Con l’impresa garibaldina del 1860 e la successiva unità d’Italia (1861) si cominciò a manifestare il fenomeno del “brigantaggio” post-unitario che afflisse le popolazioni meridionali per circa un decennio.  Il brigantaggio per il primo periodo si pose sull’onda delle sommosse che avvenivano un po’ in tutto l’ex Regno delle Due Sicilie.  Chi si dava al Brigantaggio io per libera scelta o perché costretto dagli eventi. Tra coloro che in qualche modo scelsero vi erano militari del disciolto esercito borbonico, che rimasti fedeli ai Borboni, si rifiutarono di giurare fedeltà per un’altra bandiera ed un altro sovrano. Si diedero così alla macchia compiendo azioni mirate al ritorno della monarchia borbonica. C’era chi invece si ritrovò nella condizione di renitente alla leva e per non essere imprigionato o fucilato, si dava alla fuga. Diventarono briganti anche coloro che  avevano aderito all’impresa garibaldina ma ne  erano rimasti delusi.  Una schiera di briganti era costituita da contadini e pastori che si ribellarono ai soprusi e alle ingiustizie ricevute.

Il brigantaggio che si manifestò nell’area geografica compresa nell’attuale bassa provincia di Frosinone, fu un fenomeno assai vigoroso, che si protrasse per quasi un decennio. Operarono nella zona, numerose bande.

Tra queste si possono ricordare la banda che operava tra le Mainarde, il Casertano e l’Aquilano, era:

La banda di Domenico Fuoco :

In una delle sue tante azioni, il 24 marzo 1863, si scontrò, e subì gravi perdite, contro una compagnia del 60° Fanteria. L’esercito catturò e fucilò sei briganti, tra i quali un ex sottufficiale borbonico. Le Mainarde erano frequentate da molte bande, che sfruttavano le grotte e i boschi di  faggio per i loro covi. La zona era particolarmente aspra e consentiva ai briganti tranquilli bivacchi. Dalle Mainarde, le bande piombavano sui piccoli paesi circostanti ed effettuavano rapidi colpi di mano. Il 3 giugno 1863, invasero San Biagio Saracinisco e vi fucilarono il comandante della guardia nazionale. Le bande godevano di estese complicità sia tra la popolazione che tra il clero regolare della zona. Tra agosto e novembre dello stesso anno le bande continuarono le loro azioni e colpirono tra gli altri centri anche Acquafondata. La banda di Fuoco, operava nelle zone tra San Biagio Saracinisco e la valle di Canneto, ma si spingeva anche nella zona di Isernia e infestava la zona di Barrea ed altri paesi della provincia dell’Aquila. Nell’agosto 1864 Domenico Fuoco, era segnalato nel territorio di San Biagio Saracinisco, alle falde delle Mainarde. Con l’arrivo dei rigori invernali, alcune bande si preparavano al solito trasferimento nello Stato Pontificio. A metà dicembre del 1864, si poteva seguire uno spostamento in quella direzione: a san Biagio Saracinisco vennero arrestati un brigante ferito della banda Guerra e due della banda Fuoco, queste due bande agivano spesso in azioni comuni. Fuoco riuscì a scampare alla repressione fino al 1870, il 16 agosto di quell’anno, ormai ridotto a capeggiare pochi uomini, fu ucciso nel sonno da tre suoi prigionieri. Domenico Fuoco, fu un brigante ardito e furbo, ma come tutti i brig anti,rispettava i conventi. Per questo motivo, condannò il rapimento del parroco Amato di Valleluce che Bernardo Colamattei (originario di Colle San Magno), fece a scopo di riscatto. Don Luigi Amato e la sorella furono presi come ostaggi e portati nel loro rifugio e per la liberazione chiesero un riscatto di quattromila lire. Per dimostrare il possesso dell’ostaggio al sacerdote fu tagliato un orecchio e inviato ai fratelli che vivevano ad Atina.

Il Brigante Domenico Fuoco / Il Brigantaggio Post-Unitario in Alta Terra di Lavoro/di Maurizio Zambardi:

“Domenico Fuoco nacque a San Pietro Infine il 16 aprile del 1837 da Antonio Fuoco e Anna Di Raddo, due poveri ma onesti contadini dediti anche alla pastorizia  I fratelli Pietro ed Emilio Calce nel loro libro sulla storia di Galluccio scrivono di lui: Da piccolo mostrò un carattere impulsivo, autoritario, energico e crebbe feroce come i lupi dei suoi monti, con i quali ebbe piú volte a lottare quando guidava al pascolo per i pendii erbosi dei colli il gregge paterno. Venne su tra pericoli e stenti. Crebbe coraggioso,impavido e prepotente e per questo cercarono di avviarlo al servizio militare. In seguito a intrighi partí dal paese. Ingegno naturale e la piccola istruzione avuta riuscí ad essere promosso sergente, servendo fedelmente il Re e la Patria fino alla battaglia del Volturno.Poi visto il suo esercito in rotta abbandonare in disordine le posizioni vitali, ritornò sbandato alla casa paterna,(adattandosi a lavorare come spaccapietre). Ma a S. Pietro Infine non spirava piú aria borbonica e quegli stessi che brigarono per farlo arruolare, incominciarono a brigare per farlo arrestare. Ben presto si ebbero discussioni e liti.Fuoco con orgoglio conservava la sua divisa e in ogni discussione sorgeva a difendere l’operato dei re Borbone,anche quando gli fu ordinato di presentarsi obbligatoriamente per arruolarsi.  Nell’esercito piemontese, contro cui egli stesso aveva combattuto. Un triste giorno gli animi si accesero tanto che si arrivò a una furibonda lotta. Il sergente,ferito nel suo orgoglio, fu costretto a cercare scampo nella fuga. Fu inseguito per circa un chilometro fino alla selva di Montelice, tra Monte Rotondo e Montelungo. Era l’autunno del 1860. La tradizione orale locale riporta come motivazione le umiliazioni subite dal Fuoco al suo rientro in paese dopo la sconfitta dell’esercito Borbonico sul Volturno. Si narra che oltre agli insulti Domenico Fuoco venne ferito nel suo orgoglio da un signorotto locale che si prese gioco della sua fedeltà ai Borbone rubandogli la sciabola. Questo motivo sommato al suo convinto ideale filoborbonico scatenarono la sua ribellione che lo spinsero prima a far parte della brigata dei volontari di Lagrange, partecipando alla sfortunata spedizione in Terra d’Abruzzo, e poi a unirsi alla banda del sorano Chiavone. Ma alla morte di quest’ultimo, nel 1862, tornò nelle montagne di casa sua per formare una sua banda, mettendosi a disposizione di Raffaele Tristany, legittimista spagnolo inviato dal comitato borbonico di Roma ad organizzare i briganti lungo il confine di Terra di Lavoro e lo Stato Pontificio. Ben presto Fuoco dà vita ad un’intesa con le bande di Pace, Guerra, Tommasino, Albanese, Giordano, Colamattei e Andreozzi nel tentativo di portare avanti una strategia comune in u’;area assai vasta di territorio che spaziava dalle Mainarde, al Matese, al Massico. Alla sua banda, che arrivò negli anni a contare piú di 150 uomini, aderirono anche il padre Antonio e i due fratelli Loreto e Alessandro e molti suoi compaesani e parenti, tra cui si ricorda anche un nipote omonimo, detto Domenico Fuoco di Angelo, detto anche Domenico Fuoco II, che rimarrà ucciso nel 1867 (aveva solo 17 anni) durante uno scontro a fuoco presso il territorio di San Pietro Infine tra la banda di Fuoco e le forze dell’ordine. Dei tanti briganti post-unitari Domenico Fuoco puó essere considerato forse il piú scaltro, il più deciso, il più inafferrabile ma anche il più spietato. Sulla sua testa vennero poste taglie molto elevate, a cui si aggiunsero premi speciali di vari comuni ed anche della Prefettura di Terra di Lavoro. Operava anche nello Stato Romano dove spesso i briganti trovavano riparo. Di lui si sa che si recava spesso a Roma presso la centrale legittimista borbonica, per ricevere aiuti economici e direttive. Oltre i confini la sua fu chiamata banda regia ma purtroppo era sanguinaria e feroce come il capo,spietato perfino con gli stessi briganti, che lo temevano e gli erano fedeli anche per paura. Scaltro e ambizioso quale era, nel corso di dieci anni sognò un rovescio della situazione politica ed il suo innalzamento a comandante generale della Provincia. Ma il suo aspetto qual era? Di lui non esistono fotografie da vivo, o almeno nelle mie ricerche non le ho trovate. Esistono solo delle foto scattate nel 1870, dopo la sua uccisione, insieme a Ventre e Caronte, quando i loro corpi mutilati furono esposti nelle pubbliche piazze di alcuni comuni.  Domenico Fuoco infatti spesso si confondeva tra la gente, travestendosi nei modi piú svariati, da monaco, da contadino, da pastore, ecc. Il non avere una foto che permettesse il suo riconoscimento lo avvantaggiava in questi suoi travestimenti. Proviamo allora ad immaginarlo in base alla descrizione che ne fanno alcuni autori. È chiaro che la descrizione: Di  statura normale, occhi piccoli e penetranti, capelli rossicci come pure la barba, volto colorito, agile nella persona e svelto nella fuga, era preparato fin dalla puerizia a tutte le sofferenze. Con la banda organizzata militarmente e forte di 80 uomini tendeva imboscate ed attaccava la Forza Pubblica con abilità e mosse degne di un valente stratega. La famiglia era povera ma onesta, e, un po; come in tutti i paesi del Meridioned’Italia, vi era una netta distinzione tra i ricchi proprietari terrieri e i contadini che lavoravano le terre dei signori. Oltre a Domenico vi erano Loreto, Alessandro e una sorella: Mariacarmina. Della famiglia di Domenico Fuoco si sa che il fratello Loreto fu ucciso in uno scontro a fuoco nel mese di giugno del 1864 con la forza pubblica di Venafro. L’altro fratello Alessandro invece fu catturato sul finire del 1861 dalla Guardia Nazionale di Piedimonte di Cassino, l’odierna Piedimonte San Germano. La madre Anna Di Raddo. Si sa di lei che rimase in paese, non potendo scappare sui monti con gli uomini della sua famiglia, ma venne presto sottoposta a pressioni di vario genere, e con il passare del tempo si ammalò e fu sempre piú isolata a seguito delle leggi repressive (vedi Legge Pica); venne poi addirittura arrestata dalle Autorità di Pubblica sicurezza con lo scopo di costringere Domenico Fuoco a costituirsi. In paese si tramanda ancora il racconto che la donna, ridotta ormai in condizioni di estrema povertà e vedendo la propria famiglia distrutta, lanciò una bestemmia contro il signorotto che aveva istigato il figlio Domenico rubandogli la sciabola. Scoprendosi il seno pronunciò Che si possa sperdere la razza tua. In paese si tramanda anche un altro episodio. Quando si ammalò, tramite alcuni parenti, mandò a dire al figlio Domenico di aiutarla inviandole del danaro in modo che potesse mangiare e comprare i medicinali. Domenico Fuoco si avvicinò al paese con molta cautela, ma ritenne prudente non entrarvi per non rischiare di essere preso dalla forze dell’Ordine. Incontrò un compaesano e gli chiese di portare una considerevole somma di danaro alla madre. Ma l’uomo, confortato dall’idea che il cerchio si stava stringendo sempre piú attorno al brigante non portò a termine il compito. Passò del tempo e giunse all’orecchio del brigante Fuoco la lamentela della madre che diceva di essere stata abbandonata anche dal figlio. Ecco allora che scatta l’ira vendicativa del brigante. Dopo vari appostamenti riesce a rintracciare il compaesano che sta arando un terreno ai piedi del versante settentrionale di Monte Lungo. Nel vederlo, l‘uomo diventa di tutti i colori e cerca di giustificarsi della mancata consegna del danaro, ma Fuoco con freddezza gli chiede di fargli arare il terreno, poi, dopo aver fatto un breve solco, gli salta addosso e lo uccide in modo spietato.

 

LE DONNE DI DOMENICO FUOCO (drude): Ne  ebbe tante. Quelle di cui troviamo documentazione sono:

Padovella, una donna piccola, bruna e rotondetta. Aveva un nasino piccolo e camuso, gli spigoli sporgenti e il visetto tondo, gli occhi infossati sotto la fronte. Infagottata con pantaloni giacca e mantella sembrava tozza ed era invece agilissima nei movimenti. Veniva da lontano, forse dalla Calabria o dagli Abruzzi. Nessuno sapeva come e quando avesse imparato a scrivere. Infatti Padovella, oltre ad essere l’amante del capobrigante, aveva il compito di fungere da segretaria e di scrivere i messaggi di riscatto. Compito che si contendeva, non senza astio reciproco, con Antonio Gentile, uno della banda, nativo di Acquafondata che, come ex seminarista, si vantava di essere uomo colto, abile nel leggere e nello scrivere.

Maria Giuseppa De Meo di Casalcassinese altra donna che fu compagna di Domenico Fuoco. In una sua deposizione rilasciata il 26 febbraio del 1867 ad alcuni ufficiali di Pubblica Sicurezza e di Polizia Giudiziaria del Mandamento di Pontecorvo, che la donna, di circa 20 anni, nubile e di professione contadina, completamente vestita da uomo si presenta agli ufficiali di P. S. come druda del Capo Brigante Domenico Fuoco, incinta dello stesso da due mesi. Nel verbale racconta di essere stata rapita dai briganti e di essere poi divenuta amante di Fuoco.

Giustina  di Monte Aquilone, sopra Cervaro: altra donna del Fuoco. Lo dicono i  fratelli Calce.

Quando Fuoco entrava in un paese sparava una schioppettata alla campana della chiesa principale. Era un modo per far capire a coloro che lo appoggiavano, i manutengoli, ma anche ai nemici, che lui era arrivato.La scaltrezza di Fuoco era nota a tutti, non meno alle forze militari. In un verbale reso il 18 ottobre del 1867 al Delegato di Pubblica Sicurezza di Venafro, dal quarantunenne sacerdote Giovanni Morra fu Nicola. Un giorno fummo vicino ad oltre cento Bersaglieri e credo al Sotto-Prefetto di Sora che si trovava a risolvere una questione demaniale fra due paesi. Il sacerdote riferí di aver sentito dire da un Ufficiale che Fuoco non si prende, a meno che non si voglia fucilare tutti i sospetti manutengoli, e sono moltissimi, specialmente nei paesi di Terra di Lavoro. Le precauzioni ch’egli usa sono immense, cosí che riesce impossibile alla Forza di poterlo catturare. Sempre dallo stesso verbale si apprende che Fuoco cammina dalla notte fino alle ore otto di mattina, indi si ferma e riposa tutto il giorno. Inoltre è solito farsi precedere da un suo dipendente e da manutengoli i quali hanno il compito di fargli sapere se deve o non deve proseguire nel cammino . Egli sostiene di aver attinto ad un diario di un calzolaio di Conca Casale che aveva fatto parte, durante il periodo del brigantaggio post-unitario, della Guardia Nazionale.

È notorio poi il suo rispetto per gli ordini religiosi. Arcari, nella sua storia di Picinisco, riporta vari brani in cui se ne ha prova: Domenico Fuoco, il terrore delle montagne di Picinisco fu ardito e furbo, molto abile nello sfuggire alle imboscate. Ebbe, come quasi tutti i briganti, rispetto per i conventi; non inveiva contro i frati, anzi li proteggeva. In un altro passo dice: Fuoco ebbe aspre parole per il brigante Colamattei che aveva seviziato il parroco Amato di Valleluce. I briganti della banda reazionaria borbonica, capitanata dal celebre bandito Fuoco, vollero anch’essi, mentre si celebravano le feste della Madonna di Canneto, compiere un atto di ossequio alla Vergine. Nel ripartire dal santuario la tradizionale processione del 22 agosto, fecero sapere all’arciprete don Lorenzo Venturini che avvertisse i pellegrini di non aver paura dei colpi di fucile che avrebbero intesi fino all’ultima punta del versante detta Rocca, poiché i briganti volevano pure essi salutare la Madonna nel suo trionfale cammino. Difatti all’uscita del Santuario fino al punto indicato, rintronarono i colpi di fucili a bacchetta, con intervallo di tempo misurato ed ordinato, sopra il crinale della montagna opposta, dove si erano disposti i briganti per compiere lo strano servizio religioso. Anche i fratelli Calce riportano a tal proposito un episodio. La banda Fuoco, nell’aprile del 1864, assalí il paese di Acquafondata. Indicibile fu lo spavento degli abitanti nel vedere uomini cosí stranamente vestiti ed armati fino ai denti, per cui molti si diedero a precipitosa fuga ed altri si nascosero nel miglior modo possibile. Lo stesso Arciprete del luogo, De Filippis, si affrettò a trovare un nascondiglio in Chiesa, dietro l’organo, ove fu trovato. Non gli fecero alcun male, anzi lo esortarono a non aver paura e con parole di conforto chiesero di vedere gli arredi sacri. Nell’uscire di chiesa lasciarono anche una piccola offerta nella cassetta delle elemosine. Passiamo ora ad analizzare la fine di Domenico Fuoco e della sua banda, o meglio ciò che era rimasto della sua banda. Il 7 agosto del 1870, Fuoco e la sua banda, composta oltre lui anche da Francesco Cucchiara (alias Caronte), di San Giorgio a Liri, Benedetto Ventre, di Conca Casale, Carmine De Marco e Luigi Di Placido, catturarono, nel tenimento di San Vittore, cinque uomini di Conca Casale. Fuoco decise di trattenerne due, Nicandro Prete e Pietro Bucci, che reputò i piú agiati e mandò via gli altri con delle lettere di ricatto ai parenti di quelli trattenuti in ostaggio. Qualche giorno dopo Nicandro Bucci, detto Comparone di Conca Casale, raggiunge con un carico di viveri i briganti per discutere la liberazione dei due ostaggi, ma, secondo quanto si asserisce venne trattenuto e preso in ostaggio anche lui. Una decina di giorni dopo il sequestro e precisamente la notte tra il 16 e il 17 agosto 1870, la banda di Fuoco con i tre sequestrati si rintanò in una grotta posta sui monti tra Vallerotonda e Picinisco. I briganti dopo aver mangiato e bevuto si misero a giocare a carte. Mancava poco all’alba quando uno di essi, tal Carminello  si pose di guardia mentre gli altri quattro briganti, assaliti dal sonno, si addormentarono. I prigionieri, imprudentemente legati male, o addirittura non legati, si accordarono con rapidi gesti per tentare l’evasione ed infatti, impadronitisi di quanto avevano a portata di mano, si scagliarono contro i briganti con estrema violenza. Nicandro Bucci che era il piú giovane ed il piú robusto, con dei colpi di scure, assestati sul collo e poi sul braccio, uccise il brigante Fuoco. Mentre Pietro Bucci e Nicandro Prete, non meno arditi, con un colpo di maglio fracassarono la testa a Francesco Cucchiara e con una coltellata recisero la carotide a Benedetto Ventre. Gli uccisori lieti di tanto insperato successo, raggiunsero Picinisco verso le ore 11 del mattino. La popolazione non credeva al loro racconto, ma dovette cambiare idea nel riconoscere il fucile, il pugnale e lo zaino di Fuoco. Un drappello della Guardia Nazionale si recò sul posto ed il giorno dopo i tre cadaveri furono trasportati a Picinisco su muli. A ciò provvide il mulattiere Vincenzo Antonelli fu Giuseppe da Picinisco. Per due giorni, in gran numero, il popolo e le autorità accorsero per sincerarsi della veridicità dei fatti. I cadaveri, mutilati della testa e degli arti inferiori furono esposti al largario Montano, adagiati sopra una grossa pietra (petratonna). I corpi vennero poi esposti per piú giorni in altri principali centri quali Sora, Atina, Cassino, Mignano e Isernia. Si voleva convincere la gente che l’inafferrabile Fuoco era ormai morto.

La banda Colamattei:

operava nei territori di Sant’Elia Fiume Rapido, Belmonte Castello e arrivava fino alle case di Villa Latina, fu dispersa nell’aprile 1868 a Vallerotonda. Altre bande che operarono sulle Mainarde furono quella di Cristofaro Valente che operò fino alla fine di giugno 1865. Valente era un capobrigante originario di Sant’Apollinare si aggirava nel territorio di Cervaro, Cassino e Mignano, della banda facevano parte anche il cugino Domenico Valente, Cerulli Angelo di Mignano, Risi Bernardo di Galluccio, Olivieri Antonio di Sant’Angelo di Cassino, Di Mambro Pietro di Cassino e Costantini Francesco di Sant’Apollinare. Nei monti tra Casalattico e Casalvieri agiva la banda di Mazza e piccole bande  locali di minore importanza nei monti di Roccasecca. Nel giugno 1862, appariva tra il Masso, il  Monte S. Croce e Mignano, la temibile banda dei fratelli Francesco ed Evangelista Guerra, che travagliò la Terra di Lavoro fino al 1868. In Terra di Lavoro, il brigantaggio, anche quando in altre zone si andava affievolendo, rimaneva vigoroso, soprattutto nella parte montuosa settentrionale (Mainarde) e nel Cassinate. Qui indubbiamente, la vicinanza della frontiera pontificia, agevolava le manovre delle bande e soprattutto il loro disimpegno allorquando erano strette troppo da vicino dalle forze repressive. Tra il 1866 e il 1867 le grosse bande di Fuoco, Pace, Guerra, Ciccone, Santaniello (che in taluni casi si riunirono in gruppi fino a 150 uomini), si erano imbaldanzite, battendosi ripetutamente con le truppe e riportando anche dei successi, come ad esempio a Casalcassinese sul finire del 1866, o nei primi mesi del 1868 a Viticuso. Altra banda operante sul territorio delle Mainarde era quella di Domenico Coja (Centrillo) da Cardito capobanda abile ed ardito. Era un ex soldato borbonico, durante l’assedio di Gaeta, entrava nella città ove riceveva istruzioni e denaro, ritornava sulle Mainarde ove si dava attivamente ad armare le bande, ad intraprendere azioni di guerriglia oltre che ad agire nei piccoli centri alle pendici di quelle montagne. Fu arrestato alla fine del 1861 dai francesi. Nel 1865 fu processato ed assolto a Cassino. Centrillo aveva stretti legami organizzativi con Chiavone. Nell’agosto 1861 le bande brigantesche invasero vari paesi tra cui Picinisco, e lo stesso Coja dovette fuggire dopo aver invaso Cardito suo paese natale. L’ufficiale dell’esercito piemontese Bianco di Saint Jorioz definì Centrillo “animosissimo ed operoso, molto ardito nelle sue operazioni, amante dei colpi strepitosi ed inaspettati, marciatore indefesso e manovratore espertissimo”.

La Banda di Chiavone (Luigi Alonzi):

un ex guardaboschi, che con le sue grosse bande minacciava Sora e tutta la Val Roveto, dall’alto dei monti Ernici, tenendosi a cavallo del confine pontificio. La banda fu attiva dal 1861 al 1862. Il capobrigante Chiavone, fu nominato generale delle truppe di resistenza da Francesco II, e fu fatto fucilare a Trisulti dal generale legittimista Rafael Tristany. Le ragioni di quest’azione, sono da ricondurre probabilmente, alle diverse forze che all’epoca operavano sul campo. Da una parte vi era l’esercito piemontese e poi italiano, dall’altra vi erano i briganti e i legittimisti. I primi agivano sul campo seguendo il concetto che il fine giustificava i mezzi, i secondi, obbedivano a regole antiche, tradizionaliste, cattoliche, seguivano le leggi dell’onore cavalleresco. Luigi Alonzi, con il suo operare, violò i principi legittimisti e non rispettò quindi il giuramento prestato. Il giuramento dei legittimisti era il seguente: ”Io giuro fedeltà a Sua Maestà Francesco II, Re delle Due Sicilie. Io giuro obbedienza alle leggi di guerra, che dichiaro di aver compreso. Io giuro di vivere da prode soldato e di morire se Dio lo vuole, per la difesa della nostra santa causa. Amen”. Chiavone, con i suoi metodi si era allontanato dal giuramento prestato e si era avvicinato ai metodi usati dai piemontesi (fucilazioni sommarie, vendette ecc.), non gli fu perdonato. Fucilato Chiavone, Tristany divenne il capo di tutte le bande sui monti Ernici. Intendeva condurre una guerriglia regolare, senza praticare il brigantaggio, nel novembre 1862, morto il generale borbonico Statella, che era componente dei comitati borbonici di Roma e si occupava del reclutamento e delle operazioni di guerriglia, la banda si dissolse malgrado i vari appoggi di cui godeva. I componenti o tornarono ai loro paesi d’origine (ufficiali stranieri che erano confluiti per lottare per la causa legittimista), o affluirono in altre bande.

La Banda di Domenico Coja (detto Centrillo):

banda operante sul territorio delle Mainarde. Vissuto a  Cardito capobanda abile ed ardito. Era un ex soldato borbonico, durante l’assedio di Gaeta, entrava nella città ove riceveva istruzioni e denaro, ritornava sulle Mainarde ove si dava attivamente ad armare le bande, ad intraprendere azioni di guerriglia oltre che ad agire nei piccoli centri alle pendici di quelle montagne. Fu arrestato alla fine del 1861 dai francesi. Nel 1865 fu processato ed assolto a Cassino. Centrillo aveva stretti legami organizzativi con Chiavone. Nell’agosto 1861 le bande brigantesche invasero vari paesi tra cui Picinisco, e lo stesso Coja dovette fuggire dopo aver invaso Cardito suo paese natale. L’ufficiale dell’esercito piemontese Bianco di Saint Jorioz definì Centrillo “animosissimo ed operoso, molto ardito nelle sue operazioni, amante dei colpi strepitosi ed inaspettati, marciatore indefesso e manovratore espertissimo”.