Notiziario 27 – anno IV n. 7

RICCHI a nostra insaputa
Quando istituirono l’euro come moneta unica europea e questa venne adottata anche dall’Italia, la difficoltà non era quella di saper far di conto, d’altronde i più anziani avevano usato la lira e i centesimi e gli altri avevano maggior studio dell’aritmetica. -No!- la vera difficoltà è stata capire il vero valore delle cose e del lavoro, il valore delle cose che si posseggono, delle cose che si vogliono acquistare, il valore del lavoro che si vuole ottenere o prestare. Era il periodo in cui il fenomeno degli stranieri in Italia s’era fatto consistente ed inizialmente queste masse appena sbarcate venivano indirizzate ad ogni angolo di strada a lavare i parabrezza delle macchine. Pur sapendo che un euro valeva due mila lire noi lo trattavamo come fosse mille lire, e ci scappava pure di darlo come mancia a quei lavavetri senzatetto, perché, in fondo, è solo una moneta e non carta banconota. Avete presente quante cose si possono ottenere, comprare con un euro: basti pensare addirittura che sono state anche aperte dei centri di vendita con l’insegna “tutto ad un euro”.  Immaginatevi poi come quest’attività di lavavetri poteva essere una cuccagna per queste persone senza alcuna spesa da sostenere se non quella alimentare per sopravvivere. Si svilupparono così le attività di tante agenzie per trasferire il denaro all’estero, si tutto il denaro italiano che non veniva e non viene speso in Italia ma nei paesi di provenienza di questi migranti di tutto il mondo povero e derelitto. Perché dunque meravigliarsi di un fenomeno sempre crescente di immigrazione nel nostro Paese? Siamo ricchi a nostra insaputa ma gli altri lo sanno benissimo e se ne accorgono momento per momento anche coloro che rovistano nei cassonetti della spazzatura. Poi, basti pensare al fenomeno dei ferrovecchio tipico dell’Italia del dopoguerra ricomparso con anche qualche attività collaterale. Si gli altri lo sanno che siamo ricchi, lo sanno i nostri governi che si sono venduti la nostra ricchezza privata (il possesso di casa di proprietà) per ottenere flessibilità nei conti europei e poi direttamente tuffandosi a piene mani a prelevare da questa ricchezza (loro dicono) per recuperare il deficit del paese. Se come cittadini ci mettiamo d’accordo potremmo, ad imitazione dello Stato, vendere direttamente le nostre proprietà a compratori stranieri e comprare magari in Albania anziché in Puglia o a Malta anziché in Sicilia o in Svizzera, Francia, Corsica così da accelerare quel cambiamento vero di linea politica che dall’Unità d’Italia in poi tende a difendere lo status quo e i diritti acquisiti anche quelli ottenuti con l’imbroglio, il sotterfugio e il malaffare. Per togliere ad un camorrista o ad un mafioso una proprietà ci vogliono anni di udienze in tribunale e per togliere i vitalizi alla casta non basterebbero le cannonate dei mass media.C’è un’altra ricchezza che però non teniamo ancora in debita considerazione e speriamo non se ne accorgano quelli che individuano le fonti di ricchezza da tassare. Senza saperlo molti italiani si ritrovano possessori di pezzi di terreno magari sparsi qua e là e non sanno cosa farsene e magari sperano (illusi) nella possibilità di edificare (sic!), poveretti. La terra, la ricchezza per antonomasia misconosciuta soprattutto alle giovani generazioni che la guardano come una cosa appartenente al passato. Intanto mangiano e non si domandano neppure chi e da dove provengono quei generi alimentari. Pensate una parte del fabbisogno di patate le importiamo dalla Francia, L’Italia è rinomata al di fuori della penisola per certi prodotti alimentari di qualità DOP e IGP che esporta in tutto il mondo: pasta, vini e liquori, prosciutti e salumi, formaggi, conserve, oli, dolciumi … Ma molti sono invece quei prodotti importati in Italia dall’estero che pur avendo un equivalente nel nostro paese, spesso di qualità migliore, sono comunque preferiti dai consumatori italiani. Ad esempio carni (bovini e suini soprattutto), latte, yogurt e latticini, scatolame, sottolio e sottaceti, birra e alcolici, frutta e verdura (esclusa quella esotica), frutta secca, legumi, pesci, molluschi e crostacei surgelati, dolciumi vari. Quando finalmente realizzeremo di esser ricchi forse, chissà, sarà troppo tardi e le domande che faremo  non troveranno nessuno capace di accoglierle

Il mio palcoscenico   (aspettando il Festival delle zampogne a Novembre)

Immagine2Sto tutto l’anno nel silenzio delle mie montagne interrotto da muggiti o belati del mio gregge; so che esiste un mondo lontano da qui, non fisicamente ma culturalmente lontano, un mondo che non vuol dividere questo silenzio che fa riflettere, un mondo che ha paura di trovarsi facciaa faccia con sé stesso e che non saprebbe come indirizzare la propria vita e i propri pensieri, che avrebbe un inevitabile smarrimento nel doversi costruire il giorno con mille piccoli appuntamenti da sé stessi programmati: con quel fiore che era appena sbocciato, con quello scoiattolo di cui conoscevo la mamma, con quel ramo caduto molto utile per farci un bastone, con quel giaciglio così morbido fatto di foglie miste a ciclamini dove ti puoi sdraiare e respirare il profumo delle radici. Il mondo e la vita passa anche qua,proprio dove pensi che nessuno ti veda e ti senta e prova ne è data che invecchi e mai nessuno te lo dice o te lo fa pesare. Nessuno ti chiede quando vai in pensione: in natura non esiste la pensione ovvero esiste che uno un giorno lavora ed il giorno dopo non lavora più, esiste però che si lavori sempre e comunque come puoi e con le forze che hai con tutti gli acciacchi ed i dolori  e finché puoi fare fino all’ultimo giorno della tua vita. Gli animali son pecore e ti saranno vicino non si allontanano e tu puoi riposare mentre assolvi ad una funzione millenaria e impari così a catturare il vento ed i suoni che esso sa emanare con gli strumenti naturali che la natura gli da, una canna ed un canneto, un albero dalle foglie larghe ed un altro dai ricci spinosi, la gola stretta delle montagne ed il clivo dolce che innalza il refolo. Così tu un bel giorno prendi uno zufolo o una ciaramella e senti già che sai suonare e che i suoni sono indicati a sottolineare il tuo stato d’animo ed il tuo amore per luoghi natii e per la sua natura che per quanto maligna ti carezza sempre come fa una madre con un bambino. Infine un giorno scoppia un bisogno di ecumenismo di essere in sintonia con l’afflato dei tuoi simili che anch’essi seppur in diversa misura e modalità soffre ed ama ed allora corri giù in valle dove sai che essi vivono. Dove sai che essi vivono numerosi per abbracciarli tutti e condividere con loro la serenità d’animo che può dare una festa comune condivisa e trasferire loro la tua gioia di vivere con il tuo canto e con il tuo ballare impacciato ed essere contagiato dalla loro gioia di vivere e di ritrovarti fratello, a loro simile, più povero, forse, ma non meno ricco d’amore e di altruismo. Dicono che nascerà il Bambino Gesù, dicono che ci sarà il festival delle zampogne; ci voglio andare e sfogare così la mia umanità ed il mio bisogno di crescere ed amare perché cresco ed amo le cose che faccio e cerco di farle bene. Spero che gli altri se ne accorgano e mi offrano un bicchiere di vino buono o il loro sorriso. Ci sarò, perché son vivo!

Grazie Graziano!

Immagine3Un pellegrinaggio memorabile quello di sabato 11 ottobre. Siamo partiti alle 7 in punto da piazza Caduti e ci siamo diretti, senza alcuna fermata intermedia, al Santuario della Madonna dei Lattani a Roccamonfina un bel paese in provincia di Caserta, dove è custodita la reliquia del Beato Domenico da Acquafondata. Una bella giornata di sole ed un paesaggio bellissimo scorreva fuori del finestrino del pullman turistico. Siamo giunti qualche minuto prima delle nove e così abbiamo avuto il tempo di ricomporci e prepararci prima di entrare come di consueto con fiori e doni cantando in coro un Ave e Gloria a Maria. Abbiamo atteso i frati che avrebbero dovuto officiare la messa ed infatti anch’essi puntuali sono apparsi davanti all’altare sbucando di fianco dalla porta della sacrestia. Tutto secondo rito canonico, atti che tranquillizzano proprio perché sono noti a tutti e scorrono come stabilito da tempo se non fosse che, inaspettatamente, come una doccia fredda, durante l’omelia, il più giovane frate ha osservato come i comportamenti dell’assemblea non fossero davvero in linea con il luogo e con l’intenzione che sta alla base di ogni pellegrinaggio. – scusate se mi esprimo in dialetto, voi capite quello che dico? – Tutti abbiamo annuito in silenzio. Ci ha ricordato così che la maggior parte dei giovani dopo aver fatto la prima comunione e spesso anche il chierichetto, abbandona la chiesa. Poi, scusandosi per il tono, ci ha chiesto (provocatoriamente): -sapete perché?- – perché non siamo in grado di ascoltare le loro esigenze e di dare delle risposte. Poi, sempre con forte accento campano, ha continuato – Non so se tutti voi che siete qui,  non voglio farvene una colpa, ne sapete il motivo. – Questo è un luogo di preghiera ed invece voi entrando qui dentro avete continuato a parlare di tutto meno di quello che è il motivo della vostra visita – Bastano cinque minuti e poi il mondo può cambiare se siamo capaci di fare qualcosa che aiuta a cambiarlo. – Siamo rimasti tutti a bocca aperta perché da tempo non eravamo più abituati a preti italiani che si esprimessero in modo da capire perfettamente il significato della loro parole. Ora non ci resta che riflettere sapendo che forse per esser buoni cristiani non basta più portare la statua del santo o seguire una processione. Grazie Graziano per averci costretti a riflettere!

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Chiesa dei Lattani – Roccamonfina Vi ricordiamo che è fissata al 15 e 16 novembre p.v. la data del Festival della zampogna

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